Dare un’interpretazione al simbolismo delle figure scolpite significa riuscire ad interpretare un linguaggio, oggi perduto, che nell’antichità gli iniziati e gli intellettuali usavano come lingua detta “degli Dei” o “degli uccelli”, totalmente priva di sintassi, per la trasmissione segreta del pensiero che veniva comunicato attraverso simboli precisi, intrisi di verità esoteriche da nascondere sotto la bellezza e la nobiltà dell’arte e dello stile. Nel medioevo questo linguaggio segreto, considerato portatore di verità esoteriche e di antichissime conoscenze, era usato da una larga schiera di uomini non solo letterati e filosofi, che lo identificavano come cabala ermetica. Per comprendere questa sorta di scrittura geroglifica si deve usare prevalentemente il suono, e sottomettersi al ritmo, alla rima e ad alcune regole fisse. Si pensa che tale idioma non tenesse conto delle vocali, come tipico delle lingue semitiche, tranne quando formano una sillaba, in più, le consonanti finali venivano elise, realizzando un vero e proprio linguaggio che a tutti gli effetti permetteva di comunicare messaggi velati difficilmente decifrabili. È così che le diverse corporazioni formatesi nel tempo contribuirono alla realizzazione e alla trasmissione di una scrittura particolare con la quale si redicevano i codici o “grimoire”, custoditi gelosamente. L’interesse che suscita nel mondo degli intellettuali contemporanei questo particolare sottosuolo pieno di vita ancora sconosciuta nel suo recondito significato, ha portato l’amministrazione comunale di Osimo a ricercare le sue origini storiche e culturali, procedendo al censimento di tutte le gallerie sotterranee e al tentativo d’interpretazione delle figure ivi scolpite, con l’aiuto di importanti studiosi di fama internazionale tra cui si evince Renucio Boscolo, noto interprete delle “Centurie di Nostradamus”. Quest’ultimo aveva tradotto in versi francesi gli “Hierogliphica” di Orapollo per i quali dichiarò di aver usato un manoscritto greco appartenuto all’antico popolo gallico dei Druidi, che ci porta a chiedere se il linguaggio dei bassorilievi di Palazzo Campana non fosso lo stesso idioma usato nelle profezie di Nostradamus. Ma molti altri sono gli studiosi interessati all’argomento e numerosi sono i loro rendiconti, frutto di indagini e tentativi fatti per decifrare le sculture segrete che hanno portato ad alcune suggestive ipotesi sul tempo di realizzazione delle stesse, come ad esempio il periodo delle guerre greco-gotiche nel quale la città venne assediata come afferma il Professore Mario Pincherle. Altra ipotesi di studio definisce l’arte delle grotte di fattura recente e la considera una sorta di rielaborazione confusa di temi mitologici e simbolici, forse costituita come preciso percorso esoterico riferibile al culto di divinità pagane o, come l’insieme di raffigurazioni disordinate o, come la testimonianza di un ordine iniziatico che si riuniva nelle gallerie per l’ufficio delle sue cerimonie. L’autorevole Professore Pietro Zampetti, storico e critico d’arte, presuppone la datazione delle sculture al passaggio tra XVIII e XIX secolo, che fu il periodo fondamentalmente caratterizzato dalle nuove scoperte in campo archeologico che conseguirono i ritrovamenti di Ercolano e Pompei. Altra peculiarità presente nelle grotte sotterranee è la volta a crociera decorata con quattro stemmi di casate patrizie osimane scolpite, probabilmente contemporanee all’esecuzione delle figure tufacee, molte delle quali sono scene riprese dall’opera “Nuova Iconologia” del perugino Cesare Ripa, che è un repertorio di allegorie raffiguranti le Virtù, i Vizi, le Passioni e tutte le Arti e Parti del mondo con i loro attributi. L’autore dell’opera era un bibliotecario al servizio del Cardinale Salviati, che dopo una vita dedicata alla ricerca ed alla classificazione iconografica, pubblicò nel 1593 la prima edizione dell’Iconologia, priva di illustrazioni, al quale seguì nel 1603 la nuova edizione raffigurata, che diventò successivamente una vera enciclopedia di tutte le figure astratte che nel Rinascimento ebbero grande diffusione, soprattutto come fonte principalmente utilizzata dagli artisti. Il lavoro affrontato fu impostato su lunghe ricerche eseguite sui testi di classici latini e greci, sugli scritti dei Padri della Chiesa, degli scrittori medioevali e dei poeti Rinascimentali, tenendo conto che le immagini catalogate assumevano un significato diverso da quello mostrato. Di conseguenza, se la prima edizione dell’opera fu pubblicata nel 1593, si afferma con sicurezza che le sculture osimane sono almeno della seconda metà del XVII secolo. Le due gallerie istoriate sottostanti il Palazzo Campana sono comunicanti tra loro e, mentre l’una si estende in direzione Ovest-Est, terminando in un’ampia nicchia, l’altra prosegue in direzione Sud-Nord per una lunghezza maggiore e con figure allegoriche disposte su due livelli d’altezza, di cui quello superiore tocca la volta. Dal livello stradale scendendo per oltre otto metri si arriva alla prima galleria visitabile posta in prossimità del mezzo del percorso iniziatico che è costituito dalle seguenti rappresentazioni di fattura piuttosto primitiva: Gallo, Morte, Perseveranza, Africa, Corsica, America, Fortezza, Castigo, Volontà, Ingegno, Bellezza, (?), Venere, Venere, Personaggio che erra nella foresta, Adamo ed Eva, Uomo benedicente, Ardire, Idolatria-lattanza, Bacco, Soggetto dei saggi (?), Caccia al Cervo, Frode, Ratto Proserpina, Inganno, Satiro che suona il flauto, Solve et coagula, Uomo a cavallo che suona la tromba, Illuminato, Elefante con torre quadrata, Mercurio, Figura umana dal cappello frigio. La prima figura allegorica scolpita che s’incontra scendendo i gradini, rappresenta un Gallo lasciato incompiuto, posto sulla sinistra in basso, che secondo la tradizione rappresenta l’animale consacrato a Mercurio, ritenuto simbolo solare in quanto annunciatore di luce. Per questo veniva usato contro le influenze negative e notturne e, se posto come effige sulla porta di casa, era in grado di allontanare la negatività. La seconda rappresentazione è tradotta come la Morte, raffigurata sempre sulla parete sinistra della galleria estesa in direzione Ovest-Est, con una figura umana scolpita poco identificabile, che tiene le mani incrociate al petto ed ha uno strano copricapo che sovrasta la testa appena abbozzata, considerato come un apposito spazio per una scritta mai eseguita che avrebbe avuto la funzione di richiamare alla morte l’uomo. Con la morte dell’uomo vecchio si raggiungeva la rinascita spirituale che consentiva poi d’intraprendere il percorso iniziatico. La Perseveranza è la scultura che segue alla Morte, realizzata come un fanciullo che si sostiene al ramo di un albero (probabilmente una palma) con entrambe le mani. L’interpretazione simbolica è dettata dalla continuazione del percorso esoterico, che permette all’uomo rinato di proseguire la via con le sembianze di un fanciullo che possiede uno spirito puro e si sorregge alla palma che significa virtù. Nel lato destro del cammino s’incontra la rappresentazione dell’Africa, costituita da una figura femminile adornata da elementi come la cornucopia (simbolo di fecondità e felicità), lo scorpione e la sagoma di un leone e due serpenti rispettivamente posti sui due fianchi. Come la Perseveranza, anche l’Africa, è una allegoria riscontrabile nell’opera di Cesare Ripa dove vengono descritte ed interpretate dettagliatamente. La Corsica è la figura allegorica posta a sinistra dopo l’Africa, scolpita come figura umana dallo strano copricapo che tiene con la mano destra una lancia ed è arricchita da un mantello. Non sono presenti altri elementi che generalmente la identificano, ma si può con certezza interpretarla così ugualmente. Sulla destra, in corrispondenza della figura precedente, si ha la rappresentazione dell’America, caratterizzata come donna seminuda che solo in parte è coperta da un velo e dallo strano copricapo, con l’arco nella mano sinistra e la freccia nella destra. Sotto la figura vi è scolpita una testa umana schiacciata dal suo piede e, a terra in prossimità della donna, è presente una lucertola. Di seguito a sinistra è raffigurata la Fortezza, una figura umana armata, con un elmo in testa che riporta un pennacchio, che impugna nella mano destra un ramo o addirittura un’asta. La figura che simboleggia il Castigo è corrispondente alla Fortezza, ma collocata sulla parete destra; l’uomo scolpito è compiuto con un’ascia nella mano destra e circondato da altre figure poco comprensibili che secondo la tradizione allegorica (probabilmente ripresa dalle interpretazioni di Cesare Ripa) rappresentano un leone nell’atto di sbranare un’orsa. La nuova figura di sinistra è la rappresentazione di una giovane dotata di ali agli omeri e ai piedi, che rappresenta la Volontà in atto di brancolare con le mani nel vuoto per sottolineare la sua cecità; mentre a destra si ha l’Ingegno raffigurato da un giovane arricchito di elmo ornato di aquila con le ali agli omeri. Inoltre, la figura è composta da altri oggetti, quali l’arco nella mano sinistra e la freccia nella destra in procinto di partire. Continuando il percorso s’incontra la rappresentazione della Bellezza. Naturalmente ha la sembianza di una donna, appena abbozzata nella pietra, con un ornamento sopra la testa che viene interpretato come nuvole; le mani della scultura sono incompiute, mentre avrebbero dovuto sorreggere un giglio, una palla e un compasso. La figura successiva scolpita nella parete sinistra del percorso non è stata ancora identificata in quanto i rilievi si presentano appiattiti nella pietra, confondendosi con le pareti, ma la galleria presenta una conformazione tale da creare in fondo al percorso due nicchie scolpite sulla pietra, abitate da Veneri, simbolo di bellezza e di sensualità, che nascono dalle rispettive conchiglie come vuole la tradizione, ovvero dalla simbologia dell’organo femminile. La Venere più piccola è priva di braccia ma dotata di una collana posta intorno al collo, l’altra di più grandi dimensioni è ritratta con le braccia e con un mantello annodato sul collo. La seconda galleria è caratterizzata da due diversi livelli di sculture che dalla scalinata d’ingresso seguono e completano il percorso istoriato. Le prime figure sono poste a sinistra in alto e rappresentano Adamo ed Eva raffigurati da un uomo barbuto affiancato da una donna che sembra porgergli un oggetto (la mela?); la scultura viene interpretata come scena biblica; in basso è scolpita la figura definita Personaggio che erra nella foresta, come già in molte opere letterarie, tra cui la Divina Commedia di Dante si riprende un uomo che vaga in mezzo agli alberi. A destra in basso è scolpita una figura di uomo con la barba, raffigurato in piedi mentre porta la mano al petto in atto riverente e con l’altra mano tiene un turibolo rovesciato in alto; di fronte ad esso è seduta una figura maschile benedicente. In alto è presente un uomo che rappresenta l’Ardire mentre spalanca le fauci di un leone, paragonabile all’undicesima figura dei Tarocchi e alle fatiche di Ercole. A sinistra in basso sono scolpite due figure di cui, quella a destra rappresenta l’Idolatria, realizzata come donna inginocchiata a terra mentre incensa la statua di un toro, e quella di sinistra la Lattanza, come una donna dall’apparenza superba. In alto è raffigurato Bacco che beve da un boccale mentre si sorregge su una botticella. Sin dagli antichi egiziani, la sua rappresentazione era venerata come il dio della vita, della vegetazione, del vino, unito all’idea della fecondità e capace di guidare l’uomo a ricongiungersi con la divinità. La figura successiva è posta in basso a destra ed è composta da più personaggi difficilmente interpretabili, dei quali un uomo seduto davanti a tre figure umane adulte prive di vestiti, che mostra ad esse un oggetto che sembra una ghianda, dotato di uno strano cappello e una veste alzata che lascia scoperte le ginocchia. La scena sembra paragonabile al soggetto dei Saggi e alla tecnica dell’arte breve degli alchimisti, infatti la ghianda era in genere usata nell’iconografia ermetica come il frutto ermetico. Sopra i Saggi vi è la scena di Caccia al cervo per mano di un uomo armato di giavellotto e aiutato da due cani che afferrano la preda. Il cervo è l’animale simbolo di fecondità e rinascita, che per mezzo delle sue corna che si rinnovano periodicamente scandendo i ritmi della crescita, è paragonato dagli alchimisti al mercurio, una sostanza chimica, dalla natura volatile e sfuggente, proprio come l’animale. Continuando l’itinerario ed oltrepassando un archivolto che termina con la scultura di due teste umane dotate di filatteri, si giunge alla raffigurazione della Frode, posta in basso sulla parete sinistra. Quest’iconografia risulta complessa e costituita da una donna con due faccie, una di giovane aspetto, l’altra piuttosto veterana, a seno scoperto e dotata di piedi aquilini con una coda da scorpione mentre con la mano destra tiene due cuori e con la sinistra una maschera. La figura superiore rappresenta il Ratto di Proserpina, una donna nuda sdraiata su un carro che due fauni cornuti stanno trascinando. Nelle religioni esoteriche questa figura rappresentava il candidato all’iniziazione che passa attraverso la morte per rinascere ed accedere al cielo. Di seguito, a destra in basso vi è l’Inganno, uomo vestito di una pelle di capra, dotato di ami che tiene nella mano destra, mentre nella sinistra porge un mazzo di fiori dal quale fuoriesce un serpente a simboleggiare l’odore finto della bontà, da dove poi esce il vero veleno degli effetti nocivi; la figura è arricchita dalla presenza di una pantera che pone la testa tra le gambe. In alto si ha la riproduzione del Satiro che suona il flauto, inalberando con la sua musica un serpente e simboleggiando la figura del menestrello con cui s’indicava “l’appartenente” a qualche confraternita segreta. In basso a destra della galleria è presente una scultura composita formata da una figura umana a gambe divaricate da dove sembra affiorare la testa di un delfino, accanto vi sono tre personaggi che raffigurano una coppia col bambino (alato), che stanno in piedi su una barca. Dalle gesta della donna si può interpretare la scultura come Solve et Coagula, cioè sciogli e coagula, come caratteristica definizione ermetica, ripresa per la posizione delle sue braccia. In alto è posto un Uomo a cavallo in atto di suonare una tromba o un corno, strumento di segnalazione e di richiamo; sulla destra in basso, si nota il bassorilievo raffigurante un uomo barbuto dalle dimensioni gigantesche nell’atto di appoggiarsi ad un lungo bastone con la mano sinistra, mentre con l’altra assume un atteggiamento devozionale. La figura allegorica potrebbe essere spiegata semplicemente osservando i tratti che caratterizzano l’uomo, e vedere in esso la rappresentazione dell’Illuminato, cioè colui che ha ricevuto la luce, ovvero la saggezza spirituale raggiunta dal capo degli anziani. In alto, sopra la figura precedente, è posto un Elefante che regge nel dorso una Torre quadrata, tipica immagine della cultura indiana ed egiziana. L’animale si presta all’interpretazione del linguaggio del blasone come una delle classi in cui si dividevano i druidi, o figli della foresta; la torre invece, corrisponde al termine Createur con il quale s’identificava San Giovanni, autore dell’Apocalisse. Lungo il lato destro del percorso si arriva all’ultimo bassorilievo definito Mercurio, riconoscibile dal tipico copricapo (petaso alato) e dallo scettro del caduceo in mano, affiancato da una Donna dai lunghi capelli; la divinità può interpretarsi come il simbolo dell’intelligenza, che con i suoi sandali alati indica la possibilità di ascesa e di contatto tra il mondo terreno e quello degli dei. Sulla volta vi sono quattro stemmi scolpiti raffiguranti casate nobili osimane, che caratterizzano notevolmente la storia iconografica della galleria, di cui non si conosce con esattezza l’origine. Gli stemmi, realizzati in forma ovale come tipico della maniera italiana o francese del XVIII secolo, e simbolo dello scudo delle donne “fatte”, in quanto evoca la pienezza della vita realizzata, circondano la scultura di una stella a sette punte additata dalla donna della scena raffigurante Solve et Coagula. Uno degli stemmi potrebbe appartenere alla famiglia Stella od Acqua in quanto rappresenta una stella e sotto due pesci che si rincontrano, un secondo stemma invece appartiene alla famiglia Fiorenti, un terzo alla famiglia Guerrieri, il rimanente non è stato ancora identificato. Proseguendo la galleria, prima della parete di mattoni eretta per evitare l’accesso dall’esterno, si scendono quattro gradini per arrivare ad un pozzo (largo 1.10 m. e alto 5.50 m.) che sembra condurre nel cortile interno del palazzo, in prossimità di una fontana, dotato di scalini scavati nel tufo che una volta servivano per la discesa e risalita. Si ipotizza allora che un tempo l’unico accesso alle grotte potesse essere proprio questo. Lungo la strada del ritorno, in fondo alla galleria, sulla sinistra s’incontra uno stretto cunicolo dove sono conservati altri bassorilievi purtroppo danneggiati in parte dalle travi in cemento armato costruite per arginare il pericolo di ulteriori crolli statici. Il pessimo stato di conservazione delle sculture rende purtroppo irriconoscibili le allegorie scolpite, tranne la rappresentazione di un Uomo che indossa un berretto frigio, tipico copricapo usato dal capo dei sanculotti durante il periodo della rivoluzione francese, anche se la sua origine è molto più antica e simboleggiava la condizione di schiavitù, ripresa dai liberi muratori come segno supremo dell’Iniziazione.
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